La rinuncia alla prescrizione in ambito civile e penale

La funzione della prescrizione – secondo una parte della dottrina – è quella di tutelare l’interesse pubblico alla certezza del diritto. Ma la ratio della prescrizione non è solo questa: essa sanziona anche l’inerzia del titolare del diritto. Si presume, infatti, che l’inerzia del titolare del diritto che abbia omesso di esercitarlo per un periodo di tempo prolungato, corrisponda ad una carenza di interesse nei confronti di quello stesso diritto.
Una dottrina più recente ha sottolineato che la funzione della prescrizione è molteplice: essa, infatti, essa risolverebbe i conflitti tra titolari di situazioni giuridiche estinguendo il diritto e limitando l’attività di un altro soggetto nel caso in cui il titolare del diritto abbia omesso di esercitarlo.

La prescrizione: cenni giuridici

Non tutti i diritti sono soggetti alla prescrizione: i diritti indisponibili sono esclusi poiché sono strettamente connessi allo status di persona e prescindono da un rapporto con altri soggetti o con altre situazioni giuridiche. La prescrizione, inoltre, può essere fatta valere soltanto dall’interessato che, solo successivamente, può rinunciare ad essa. Non può essere rilevata d’ufficio dal giudice.
Il Legislatore ha fissato i tempi di prescrizione. In particolare, il termine di prescrizione ordinario è di 10 anni ma il codice civile agli artt. 2947, 2948, 2949 prevede un termine di prescrizione “breve” di cinque anni. In alcune ipotesi stabilite dagli artt. 2950, 2951, 2952 la prescrizione è annuale.

La rinuncia tacita alla prescrizione

L’art. 2937 del codice civile disciplina l’istituto della rinuncia tacita alla prescrizione. Il Legislatore ha stabilito: “Non può rinunziare alla prescrizione chi non può disporre validamente del diritto. Si può rinunziare alla prescrizione solo quando questa è compiuta. La rinunzia può risultare da un fatto incompatibile con la volontà di valersi della prescrizione.”
Come si può notare, la legge vieta in maniera assoluta la rinuncia preventiva alla prescrizione. Ciò vuol dire che le parti non possono accordarsi per limitare la prescrizione. Fissando tale divieto generale, il Legislatore ha voluto evitare che la rinuncia diventasse una “clausola di stile” da inserire nei negozi giuridici. I
Quanto agli aspetti giuridici della rinuncia alla prescrizione, è necessario sottolineare che essa non è un atto recettizio: ciò vuol dire che la rinuncia produce i propri effetti indipendentemente dalla conoscenza dell’atto da parte del destinatario.
La rinuncia alla prescrizione può essere di due tipi:

1) rinuncia espressa;

2) rinuncia tacita. In questo caso, essa potrà essere dedotta da un fatto che risulti incompatibile con la volontà di avvalersi della prescrizione. Un esempio: integra rinuncia alla prescrizione il pagamento di un acconto oppure la promessa di un  pagamento da effettuarsi a breve scadenza.

La rinuncia tacita alla prescrizione ha notevoli risvolti pratici anche dal punto di vista procedurale. In particolare, come ha sottolineato la Giurisprudenza (Cass. Civ., sentenza 7 dicembre 1995, n. 12596), il soggetto che eccepisce la rinunzia tacita alla prescrizione al solo scopo di paralizzare l’eccezione di prescrizione del suo diritto, è obbligato a dimostrare che sia stato posto in essere un fatto dal quale sia risultata, in maniera incontrovertibile, una volontà incompatibile con quella di avvalersi della prescrizione. Dovrà inoltre dimostrare che tale atto sia stato posto in essere dal soggetto che ha il diritto di far valere la prescrizione e, quindi, che ha diritto a rinunziarvi.

Quel che, invece, non è necessario è che il creditore che abbia la legittimazione a rinunziare alla prescrizione sia consapevole della maturazione del termine. Ai fini della rinunzia, infatti, si tiene conto del solo comportamento oggettivo tenuto dal soggetto stesso.

Rinunzia alla prescrizione: quando può essere effettuata?

Stabilisce l’art. 2937 del codice civile che “Si può rinunziare alla prescrizione solo quando questa è compiuta”. Si tratta di un altro importante limite fissato dal Legislatore a tutela della certezza del diritto. Ma quali sono i risvolti pratici della rinunzia successiva alla prescrizione? Ebbene, pur essendo estinto un determinato diritto (essendo intervenuta la prescrizione), il debitore ben potrebbe – rispettando una propria regola morale – decidere di adempiere ugualmente alla propria obbligazione.

Il debitore, dunque, può rinunziare espressamente alla prescrizione oppure rendere manifesta questa sua volontà attraverso comportamenti oggettivi. Ben potrà, allora, pagare un acconto al proprio creditore.
Il naturale corollario di questa regola è la inammissibilità della richiesta di ripetizione di ciò che si è pagato spontaneamente in adempimento di un debito già prescritto. Ciò vuol dire che, se il debitore ha pagato un debito prescritto, non potrà più chiedere al creditore la restituzione della somma versata.

La prescrizione del reato nel diritto penale

La prescrizione  – nel diritto penale – è disciplinata dall’art. 157 codice penale che stabilisce: “La prescrizione estingue il reato decorso il tempo corrispondente al massimo della pena edittale stabilita dalla legge e comunque un tempo non inferiore a sei anni se si tratta di delitto e a quattro anni se si tratta di contravvenzione, ancorché puniti con la sola pena pecuniaria”.
Il decorso del tempo, dunque, influisce sulla punibilità del reato e ne causa la sua estinzione. Decorso un determinato periodo di tempo stabilito dalla legge senza che si sia concluso il processo e senza che sia stata comminata l’eventuale penale, il reato si estingue e non potrà più essere sanzionato.

La funzione della prescrizione è chiara: l’inerzia degli organi giudiziari e il decorso del tempo non possono e non devono influire in maniera importante sulla vita di un soggetto che ha diritto ha conoscere, in breve tempo, il proprio “destino”. Inoltre il trascorrere del tempo paralizzerebbe e limiterebbe la possibilità di questo stesso soggetto di difendersi in giudizio.
Ovviamente, la prescrizione penale non è illimitata. Il Legislatore ha previsto un limite ben preciso che ritroviamo nell’ultimo comma dell’art. 157 codice penale: “la prescrizione non estingue i reati per i quali la legge prevede la pena dell’ergastolo, anche come effetto dell’applicazione di circostanze aggravanti”.

La rinunzia alla prescrizione penale alla luce dei recenti orientamenti giurisprudenziali

Anche l’ordinamento penale prevede una specifica forma di rinunzia alla prescrizione del reato. Anche se sono maturati i tempi necessari per la prescrizione, l’imputato può decidere di rinunciarvi. L’imputato, infatti, potrebbe avere un interesse personale ad ottenere una sentenza di merito di assoluzione: in questo modo l’imputato potrebbe riscattarsi socialmente facendo cadere un’accusa palesemente infondata.
E’ questa, sostanzialmente, la ratio della rinunzia alla prescrizione penale.

Una rinunzia, tra l’altro, che non era prevista dalla legge ma che è stata riconosciuta dall’ordinamento solo successivamente, dopo un illuminato intervento della Consulta. La Corte Costituzionale 23 maggio 1990, n. 275 ha dichiarato infatti “l’illegittimità costituzionale dell’art. 157 del codice penale nella parte in cui non prevede che la prescrizione del reato possa essere rinunziata dall’imputato”. Dalla dichiarazione di incostituzionalità della Consulta, si è fatto strada nel nostro ordinamento un importante orientamento giurisprudenziale che riconosce espressamente la rinunzia alla prescrizione dell’imputato. Rinunzia che, tra l’altro, “costituisce un diritto personalissimo dell’imputato che è a lui personalmente ed esclusivamente riservato e presuppone una dichiarazione di volontà espressa e specifica che non ammette equipollenti” (Cass. Pen. Sez. II n. 23412, 21 giugno 2005; Cass. Pen. Sez. V n. 45023, 22 dicembre 2010; Cass. Pen. Sez. III n. 14331, 15 aprile 2010).

La Giurisprudenza ha anche precisato i presupposti per poter esercitare la rinunzia alla prescrizione.  La Cass. Pen. Sez. III, con sentenza n. 37583  del 24 settembre 2009, ha stabilito che tale atto possa essere effettuato dall’imputato solo dopo la maturazione dei termini massimi di prescrizione “ma prima che si giunga alla sentenza che conclude il giudizio in corso, così che il giudice, ormai esclusa per espressa volontà dell’imputato l’applicazione della prima parte dell’art. 129 c.p.p., possa pronunciarsi “liberamente” sul merito della contestazione con affermazione di assoluzione o di condanna”.

Inoltre, la Cassazione Penale Sez. III, con sentenza  n. 37583 del 24 settembre 2009 ha sottolineato che, una volta che sia intervenuta la pronuncia del Giudice che ha dichiarato l’estinzione del reato per intervenuta prescrizione, “non può ammettersi che nei successivi gradi di giudizio l’imputato manifesti per la prima volta la propria rinuncia alla prescrizione che, in presenza del principio di divieto di reformatio in pejus, altererebbe la pienezza della valutazione del giudice e la parità tra le parti processuali” (Cass. Pen. Sez. III, 24 settembre 2009, n. 37583).

Un più recente orientamento giurisprudenziale ha ulteriormente disciplinato l’istituto della rinunzia alla prescrizione. In particolare, la Cassazione Penale, Sezione III, con sentenza n. 4946 del 17 gennaio 2012 ha stabilito che è la rinuncia alla prescrizione del reato è ammissibile anche quando essa sia stata già dichiarata con sentenza e solo se “l’imputato non sia stato in grado, e non per sua colpa, di avere notizia del processo a suo carico, cosicché il primo momento utile per la manifestazione di volontà coincida con quello dell’impugnazione”.

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